Frammenti di umanità ai margini raccontata con rispettosa poesia

di Cristina Piccino, in Il Manifesto del 02/08/2009

Dicono che sul Lido scavando il cantiere di ciò che sarà il nuovo palazzo del cinema abbiano trovato dell'amianto. Che gli alberi li hanno tagliati in una sola notte, di nascosto, per fare posto ai lavori, nonostante (o forse a causa) delle proteste dei Verdi che quel taglio lo avevano contestato con ogni mezzo. Dicono anche che i veneziani sono molto arrabbiati col sindaco Cacciari e così via... Venezia, Italia. Un pezzo di paese in mostra specchiato sulla Laguna. ?Negli eventi di Orizzonti, sezione quest'anno particolarmente malmessa nella griglia della programmazione, ed è un peccato perché lì si trovano gli impulsi eccentrici degli immaginari contemporanei, troviamo Via della Croce. Lo firma Serena Nono, ed è una bella sorpresa, film indipendente , che commuove parlandoci del presente, della vita, del dolore segreto che spezza la voce, degli istanti di una felicità divenuta impossibile. Riflessione insieme sul sacro e su Dio, sull'abbandono, la solidarietà, la morte, la concretezza dell'esperienza. Il nucleo della narrazione è la Passione di Cristo ( i Vangeli di Giovanni e di Marco), messa in scena dagli abitanti della Casa dell'Ospitalità di Sant'Alvise, a Venezia, comunità che accoglie chi non ha più un posto dove andare, italiani e non che vivono insieme, cucinano, si occupano delle pulizie, scrivono diari e poesie. Le loro vite, ricordi e presente, si intrecciano alla Passione allestita su ponti e campielli veneziani, citando la pittura di Caravaggio e Tintoretto, e affettuosamente la memoria pasoliniana. Non sono mai racconti diretti i loro, Serena Nono non li filma a «mezzobusto», lascia liberi frammenti di storie, parole che escono a fatica come quelle di un uomo col volto segnato di rughe che si ripensa ragazzo, dodicenne, quando trovò il padre che si era ammazzato con una fucilata nel collo. Poi saranno elettroshock, allora chi era depresso si massacrava così, la voce cede ancora ma è limpida quando ci mostra gli alberi che ha piantato, ognuno un frutto diverso, perché si deve ancora sognare.?Un altro interpreta Cristo in croce, la sua esistenza si è consumata in scelte azzardate, però la vita è piena di cadute, anche l'alcol, la solitudine, i rapporti che vanno male. ?Un giovane continua a leggere la Passione, dicendoci della sua speranza di diventare sacerdote, i visi delle donne, tre diverse Marie cercano Cristo, anche lui interpretato da più uomini, lo trovano nel giardino risorto. Un ospite - perché questo siamo e non lo dobbiamo mai dimenticare - legge invece una lunga lettera in prima persona che dice come lui sta bene solo in mezzo a quei matti, in quella complice vicinanza inventata insieme.?«Non mi chiedete quanti anni ho, ho l'età del bimbo messo dietro la lavagna in castigo » scherza Ponzio Pilato, nei titoli di coda Alberto Bucco, i nomi dei personaggi li scopriamo solo alla fine. ?Via della Croce ha la forza di una semplicità che nasce dal rispetto, dalla delicatezza, e da un dialogo col cinema, col gesto di filmare la realtà che ne cerca, senza forzature, l'essenza e l'emozione. È complicato filmare i poveri, i marginali, le comunità, farlo cioè senza la retorica della condizione, cercando di ricostruire un passato che è comunque tutto lì, nelle sfumature di uno sguardo, della voce, di un gesto. Davanti alla macchina da presa tutti i protagonisti, ospiti della comunità e non (tra le Marie c'è anche Anna Bonaiuto) si uniscono come i frammenti della storia e ci dicono di quelle vite al di là della cronaca, ove l'esperienza ha una forza universale, e il gesto di filmarla vi entra dentro, col pudore che lo fa emozione.