«Lourdes» e «Via della croce»: fede e spiritualità al Festival del cinema di Venezia. Nel segreto del cuore degli altri

di Luca Pellegrini, in L’Osservatore Romano del 05/08/2009

Tutto è molto chiuso, essenziale, per Christine che arriva a Lourdes sulla sua carrozzella. Tutto, tranne il suo sguardo. Aperto, sereno. Il refettorio, la camera da letto, la stanza per le immersioni, l'ambulatorio, la cappella, anche la grotta:  sono ambienti che la circondano, la sovrastano, circoscrivono il suo orizzonte, che si concentra così sulla sofferenza sua e degli altri. Tutto è chiuso e tutto è molto programmato nel pellegrinaggio assistito dalle dame e dai barellieri dell'Ordine di Malta:  i pasti, le celebrazioni dei sacramenti, le preghiere, le processioni, la visita alla grotta, i piccoli svaghi. Tutto è programmato, tranne il miracolo. ?Avviene in una notte, semplicemente, silenziosamente:  Christine, affetta da sclerosi multipla, si alza, va in bagno per pettinare i suoi bei capelli biondi. La ritroviamo, la mattina seguente:  beve il caffè afferrando la tazza con le proprie mani. Sorride, i suoi vicini la guardano. Non sorridono. ?Alla sensibile e attenta regista austriaca Jessica Hausner in Lourdes - film inserito in concorso al Festival del cinema di Venezia - non interessa il rapporto tra Christine e la fede, forse la ragazza ne ha molto meno dei suoi compagni pellegrini. A lei interessa indagare il cuore umano quando è messo a confronto diretto con l'inspiegabile, il soprannaturale. Il miracolo, appunto, che suddivide in due parti questa rigorosa, austera, oggettiva riflessione, recitata da un gruppo di attori bravissimi, tra i quali spicca la protagonista Sylvie Testud. ?Prima, per il gruppo affiatato di malati e accompagnatori, tutto è nella "norma", scandito dai sacramenti, dalla ricreazione, dalle necessità del corpo, anche se piagato, e da quelle dello spirito, anche se assopito. I personaggi sono ben scolpiti:  chi è plasmato dal soffrire, chi decide di servire nella carità - e poi magari non ne è troppo convinto - chi è lì per portare il conforto e la parola di Dio, chi invece per non portare niente se non se stesso e la propria solitudine. Gente comune, con tutto il bagaglio di dubbi, di deficit umani, di piccoli gesti d'amore e di invidia. Volti e corpi che non sappiamo cosa esattamente racchiudano, come nel caso di Cécile (Elina Löwensohn, doveroso citarla), la dama che guida il gruppo e che, a un certo punto, ci spreme il cuore. Ma ciò che accade a Christine avviene per svelare il segreto dei cuori degli altri e ciò che vediamo accadere non è bello. E nemmeno molto cristiano. Soltanto molto umano. ?Manca la gioia di chi sta attorno a quella giovane che ora si muove e prima era immobile. Anche il miracolo sembra rientrare nella "meccanicità" dei programmi di Lourdes, la visita medica è una routine, Christine sorride, ma non è del tutto convinta di ciò che effettivamente le è successo. Sembra abbia paura, più che riconoscenza. Vuole subito cogliere ciò che le è mancato, prima che questo strano "sogno" finisca, che la "felicità" sbandierata nel canto finale sia più per gli altri, per lei ridotta a un miraggio soltanto. Si vuole riappropriare della sua carrozzella. Talvolta la prigione è più rassicurante della libertà. Il film non fa apologia, non vuole convincere chi crede o chi non, non irride mai il misterioso intervento di Dio nella storia dell'uomo, ma nemmeno lo salva dal dubbio, dall'indifferenza. Il distacco, che si avverte già in fase di sceneggiatura, parchissima, che emerge nei movimenti sempre attenti della macchina a cogliere senza commento le espressioni e le sfumature, rimanendo così distante da una eccessiva personalizzazione dei volti e approfondimento del mistero, è la forza di Lourdes, film assai più umano che cristiano, ma che del Cristo adombra, anche se non voluto, il volto, le piaghe, l'enigma. ?Visibile, invece, quel volto, anzi sono ben cinque diversi, in Via della Croce, secondo lungometraggio che Serena Nono ha realizzato per le calli di Venezia. Ha messo davanti alla cinepresa gli ultimi, quelli che vivono alla Casa dell'Ospitalità di Sant'Alvise, rendendoli protagonisti della salita al Calvario del Signore, loro che di quel Signore hanno per primi attirato l'attenzione, loro che quel Calvario hanno percorso nei meandri tortuosi, oscuri, difficili delle loro vite. ?La Casa, diretta da Nerio Comisso - che nel film si ritaglia la parte del Cireneo - sorge a Cannaregio ed è una comunità che accoglie persone senza tetto. Lì vivono 22 uomini, che condividono il lavoro e la gestione e la cura della struttura. Si leggono i passi salienti del Vangelo della Passione di Giovanni e di Matteo, si ascoltano le testimonianze di vita, si vedono piccoli e casalinghi tableaux vivants recitati davanti a una chiesa, a un corso d'acqua, nel campo del Santissimo Salvatore. "Mi sembrava - spiega Serena Nono - che il racconto della Passione di Cristo potesse incarnare le loro storie di fallimento, dolore, emarginazione". Senza enfasi la regista veneziana alterna quadri e parole, silenzi e musiche (sono quelle di Bach, del nonno Schönberg e del padre, Luigi). Lo fa con uno stile personale, lei che è anche pittrice e scultrice, attenta a quell'umanità ultima che il mondo del cinema spesso dimentica e disdegna. ?Alle vite degli ospiti della Casa, tramite un film, un semplice film, è stato forse ridato un senso, andato perduto negli anni. Così, questa è un'operazione di cinema che va oltre l'arte e diventa carità. La Via Crucis è riletta con i volti comuni di uomini dalle fedi e nazionalità diverse, ma il loro coinvolgimento nella storia universale della Croce li rende fratelli e sorelle, come fa il dolore sulla spianata di Massabielle. Da Lourdes a Venezia.