Via della Croce su www.close-up.it

Nessuna luce artificiale, nessuna scenografia se non quella geografica dell’intrico di calle di Venezia, piccoli scorci di una parte “periferica” della città, tra questi il Campo della Chiesa della Madonna dell’Orto, il chiostro dei Santi Cosma e Damiano. Tra passanti indifferenti, curiosi, ma anche infastiditi, vanno in scena, ad interpretare la Via Crucis, alcuni degli ospiti della Casa dell’Ospitalità di Sant’Alvise a Venezia. Gli ospiti sono quegli “ultimi” in cui Pasolini ritrovava il senso della Passione Cristologica : senzatetto, alcolizzati, emarginati, persone che, come ricorda uno di loro, “fino a quarant’anni fa subivano elettroshock”, persone che hanno perso famiglia, affetti, oggetti di una vita. Il docu-vivant si pone su due livelli che interagiscono : le scene della passione e interviste ad alcuni ospiti della Casa. Livelli che spesso si intersecano con leggiadra poesia, a volte con un certo peso narrativo, ma non ledono l’interessante operazione presentata nella sezione Orizzonti. La Casa dell’Ospitalità rappresenta a suo modo proprio un nuovo orizzonte per i 150 “ospiti” (19 donne), una resurrezione per Marcello, Petru, Luigi, accolti dal barbuto direttore Nerio.

La via crucis tra le calle di Venezia si esplicita con i numerosi tableaux vivants, alla maniera pasoliniana della sua Ricotta dove era la Deposizione del Pontormo ad essere spunto nevralgico di tutto. In Via della Croce i riferimenti che la pittrice-regista Serena Nono utilizza spaziano dal Caravaggio a Giotto al Tintoretto, trasposti su ponti e piccoli parchi della città lagunare. Così, intravedendo anche Anna Bonaiuto tra gli interpreti, l’ospite Pasquale è Gesù Cristo e Gesù Cristo è Pasquale, la croce perde il suo senso meramente oggettuale per vivere metaforicamente nei racconti di sofferenza, per esplodere nel privato di vite umiliate che chiedono e ambiscono a una resurrezione. Qualche pesantezza nella narrazione, una macchina da presa forse troppo presente nei suoi primissimi piani di volti, nei suoi movimenti improvvisati (come improvvisati sono tutti i racconti), ma una resa generale che fa in tempo a stuzzicare, forse non brillare. Ostico l’argomento, ma scongiurato il rischio, in questo tipo di operazioni filmiche, di cadere nella retorica o nell’eccessiva ricerca formale.

Una piccola, significativa segnalazione alle musiche. La colonna sonora è basata su criteri non solo artistico-contemplativi, ma anche personali, essendo la regista Nono figlia del musicista Luigi e nipote del grande compositore Arnold Schönberg. Il geniale inventore della dodecafonia, le cui musiche regalano momenti di limbo alle immagini e alle parole del Vangelo sulla Passione di Cristo, anch’esso fu a suo modo incompreso in vita, denigrato e schernito. Ma bastano gli occhi dell’ospite Pasquale a ricordare come la legge Basaglia, datata 13 maggio 1978, abbia permesso una seconda chance a chi queste umiliazioni le ha subite, una resurrezione nello spirito e nel quotidiano, proprio come accade nella Casa dell’Accoglienza.

Nessuna luce artificiale, nessuna scenografia se non quella geografica dell’intrico di calle di Venezia, piccoli scorci di una parte “periferica” della città, tra questi il Campo della Chiesa della Madonna dell’Orto, il chiostro dei Santi Cosma e Damiano. Tra passanti indifferenti, curiosi, ma anche infastiditi, vanno in scena, ad interpretare la Via Crucis, alcuni degli ospiti della Casa dell’Ospitalità di Sant’Alvise a Venezia. Gli ospiti sono quegli “ultimi” in cui Pasolini ritrovava il senso della Passione Cristologica : senzatetto, alcolizzati, emarginati, persone che, come ricorda uno di loro, “fino a quarant’anni fa subivano elettroshock”, persone che hanno perso famiglia, affetti, oggetti di una vita. Il docu-vivant si pone su due livelli che interagiscono : le scene della passione e interviste ad alcuni ospiti della Casa. Livelli che spesso si intersecano con leggiadra poesia, a volte con un certo peso narrativo, ma non ledono l’interessante operazione presentata nella sezione Orizzonti. La Casa dell’Ospitalità rappresenta a suo modo proprio un nuovo orizzonte per i 150 “ospiti” (19 donne), una resurrezione per Marcello, Petru, Luigi, accolti dal barbuto direttore Nerio.

La via crucis tra le calle di Venezia si esplicita con i numerosi tableaux vivants, alla maniera pasoliniana della sua Ricotta dove era la Deposizione del Pontormo ad essere spunto nevralgico di tutto. In Via della Croce i riferimenti che la pittrice-regista Serena Nono utilizza spaziano dal Caravaggio a Giotto al Tintoretto, trasposti su ponti e piccoli parchi della città lagunare. Così, intravedendo anche Anna Bonaiuto tra gli interpreti, l’ospite Pasquale è Gesù Cristo e Gesù Cristo è Pasquale, la croce perde il suo senso meramente oggettuale per vivere metaforicamente nei racconti di sofferenza, per esplodere nel privato di vite umiliate che chiedono e ambiscono a una resurrezione. Qualche pesantezza nella narrazione, una macchina da presa forse troppo presente nei suoi primissimi piani di volti, nei suoi movimenti improvvisati (come improvvisati sono tutti i racconti), ma una resa generale che fa in tempo a stuzzicare, forse non brillare. Ostico l’argomento, ma scongiurato il rischio, in questo tipo di operazioni filmiche, di cadere nella retorica o nell’eccessiva ricerca formale.

Una piccola, significativa segnalazione alle musiche. La colonna sonora è basata su criteri non solo artistico-contemplativi, ma anche personali, essendo la regista Nono figlia del musicista Luigi e nipote del grande compositore Arnold Schönberg. Il geniale inventore della dodecafonia, le cui musiche regalano momenti di limbo alle immagini e alle parole del Vangelo sulla Passione di Cristo, anch’esso fu a suo modo incompreso in vita, denigrato e schernito. Ma bastano gli occhi dell’ospite Pasquale a ricordare come la legge Basaglia, datata 13 maggio 1978, abbia permesso una seconda chance a chi queste umiliazioni le ha subite, una resurrezione nello spirito e nel quotidiano, proprio come accade nella Casa dell’Accoglienza.